Ricordi di vita nel ‘900 a Villa Trissino a Cricoli
Vittorio Trettenero
A Napoleone, che già si era impadronito di Piemonte e Lombardia, Venezia si consegna senza opporre resistenza. Con il trattato di Campoformido del 17 Ottobre 1797 Napoleone cede Venezia e i suoi territori all’Austria in cambio di contropartite in Europa e così finisce la millenaria storia di Venezia. Le nuove idee di eguaglianza dissolvono quelli equilibri socio economici che la Serenissima Repubblica aveva assicurato per secoli. Era l’unico Stato con potere condiviso a più livelli fra un’ampia oligarchia mentre nel mondo il potere era ovunque concentrato, per via ereditaria o di scontro, nelle mani del Duca, del Principe, del Re, dell’Imperatore, o del Sultano.
Quelli equilibri contenevano certo differenze sociali di potere e di reddito, ma consentivano sicurezza nel territorio, nei commerci, possibilità di crescita sociale, benessere e, in definitiva, consenso.
Non più i Trissino, ma contadini abitano Villa Cricoli nell’800. Una stampa di Moro del 1840 ne ritrae le condizioni, un sonetto di Giacomo Zanella ne piange il degrado.


Cricoli, di fontane e di roseti
Bello un di, sulla fertile pianura
Superbe ancor torreggiano le mura,
Di pontefici asilo e di poeti;
Ma gli atri occupa l’erba; e le pareti
Varie di nobilissima pittura
Di rustiche lucerne il fumo oscura
Ed ingombrano rastri, imbuti e reti.
Rose e fonti sparir: taccion gl’ingegni,
Fra cui Palladio garzoncel del divo
Intelletto fe’ chiari i primi segni.
Tu, povero Astichel, solo sei vivo,
Tu che scorrendo e dileguando insegni
Come tutto nel mondo è fuggitivo.
Nel 1898 Giangiorgio Trissino V° vendette la proprietà a un conte Sforza della Torre milanese. Questi intraprese grandi lavori e si scontrò con la Commissione conservatrice dei Monumenti che inviò nell’Aprile 1899 tre Commissari, tra cui Sebastiano Rumor, ad ispezionare i lavori in corso. Nella sua relazione (Archivio Veneto Tridentino VolIX 1926) Rumor descrive i guasti provocati dal Conte Sforza il quale: “Nemico di quanto sapeva di antico cancello affreschi, decorazioni, scritte; portò via e disperse il busto posto dai Trissino ad Urbano VII; tolse persino le malte ai muri.
Questo per il Palazzo; nel frattanto egli aveva eretto un grandioso rurale per oltre cento metri di lunghezza: una serra amplissima, e aveva sostituito al muro merlato di cinta, lungo la via pubblica, una ricca cancellata in ferro battuto della Fonderia Necchi di Pavia, e pilastri di marmo agli ingressi, e sui pilastri statue allegoriche scolpite da Napoleone Guizzon”.

Nel 1910 venne inaugurata la linea ferroviaria Vicenza – Bassano la cui fumosa motrice a vapore era detta “Vaca mora”. La linea passava davanti a Villa Trissino e rimase in funzione fino al 1967.
L’assenza del binario unico consente di datare questa foto prima del 1910.
(Immagine e nota di Francesco Gleria, Direttore Ferrovie Vicentine)
Il conte Sforza della Torre progettò anche un grande parco mai realizzato sui terreni circostanti Villa Cricoli,

egli morì il 4 Dicembre 1913 lasciando eredi l’Ospedale di Bergamo, il Comune di Torre dei Roveri e la Colonia Alpina di Vicenza. Scoppiata la Grande Guerra, Villa Trissino, rimasta disabitata, venne requisita dall’ esercito italiano. La soffitta, usata come prigione di guerra, conserva interessanti graffiti.
Narra ancora Sebastiano Rumor: “nessuno potrebbe immaginare lo strazio compiuto in cinque anni dai soldati. Del Palazzo rimasero soltanto mura e pareti: balconi, porte, pavimenti distrutti e asportati, molte piante del parco fatte bersaglio di tiri. L’11 Novembre 1920 la villa venne acquistata da Francesco Rigo di Arzignano. Con quanto amore egli abbia subito cercato di riparare ai danni maggiori recati ai fabbricati e alla terra, ognuno può vedere e darne lode”
Francesco Rigo (1872-1954), mio nonno materno, era uno stimato agricoltore e allevatore, abitava con la famiglia un’azienda agricola del veronese, a San Martino Buon Albergo, che vendette per comperare la proprietà di Cricoli, messa all’asta.
Era interessato non tanto alla villa, ridotta a rudere, quanto al “grandioso rurale per oltre cento metri di lunghezza” di cui parla Rumor, stalla per 150 bovini da latte con sovrastante fienile, mai usata prima e modernissima per il tempo. Lo interessavano anche i 60 campi circostanti, a prato stabile irriguo, irrigati dalla Roggia del Trissino che diparte da località Livellon, sul fiume Bacchiglione, ultimo residuo dei 205 campi che Orso Badoer vendette nel 1482 a Gaspare Trissino, padre di Giangiorgio. Questa stalla ha fornito per cinquant’anni, a kilometro zero, latte alimentare alla vicina Centrale Comunale del latte di Vicenza.
Francesco Rigo rese abitabile da agricoltori il rudere di villa Cricoli, usó con parsimonia materiali e mezzi del tempo: pavimenti in piastrelle di cemento, semplici porte e finestre, un bagno, un primitivo impianto elettrico, riscaldamento con camini superstiti e con stufe in cotto BECHI a più piani, cosicchè il Catasto italiano censi villa Trissino come Fabbricato Rurale!
Così si visse a Cricoli fra le due Guerre e fino all’armistizio italiano dell’8 Settembre 1943, quando con l’occupazione tedesca del nord Italia il piano terra della villa e parte del terreno vennero requisiti dalla Wermacht. La famiglia poteva abitare al primo piano e la stalla restare in funzione.
I rapporti furono sempre civili e corretti, ma nel ’44 il Comando tedesco voleva asportare e fondere la cancellata in ferro posta dallo Sforza su strada Marosticana.
Mio padre, Alessandro Trettenero, Primario Oculista dell’Ospedale di Vicenza (dal 1928 al 1961) aveva studiato in Germania e introdotto in Italia la lampada a fessura di Gullstrand (Alessandro Trettenero 1891 – 1965 : La microscopia dell’occhio vivente – Clinica Oculistica di Roma – Tipografia della Camera dei Deputati 1923), strumento base ancor oggi di ogni ambulatorio oculistico, conosceva bene il tedesco e nei momenti di relax leggeva Goethe e ricordava ad alta voce Erlkönig o Lorelei. Riuscì così a convincere il Comandante a rispettare Cricoli, Bene Culturale. Evitò forse di ricordare Heinrich Heine, delicato autore di Lorelei e scrittore ebreo le cui opere, tradotte in italiano da suo Padre, mio Nonno (Vittorio Trettenero 1860 – 1938 – traduzioni: Heine Reisebilder – Figure di viaggio ed. Treves 1922 e Heine Briefe – Lettere ed. Treves 1933), venivano bruciate, dal Nazionalsocialismo nella Bebelplatz di Berlino !
Invano Heinrich Heine aveva scritto un secolo prima dort wo man Bücher verbrennt, verbrennt am Ende auch Menschen! – la ove si bruciano i libri, si bruciano alla fine anche gli uomini !
Nell’ultimo anno di Guerra, fu costruita una pista per disperdere gli aerei militari nella campagna: dall’aeroporto Dal Molin la pista giungeva alla strada Marosticana, attraversava i campi di Cricoli ed anche il fiume Astichello con un ponte in legno e ritornava all’aeroporto da Nord.
Vicino a strada Marosticana fu costruito a Cricoli un “para-scheggie” in muri di sasso, alti quattro metri, ove aerei da caccia mascherati da teli venivano parcheggiati e di cui ho un vago ricordo. Per consolidare il terreno umido di Cricoli che è il fondo dell’antico Lacus Pusterlae, venne steso fino all’Astichello uno strato di tronchi d’albero coperto poi in cemento. Finita la guerra i vicentini avevano un grande bisogno di legna da ardere, invasero pacificamente la pista per aerei e con mazze e picconi, ruppero la copertura in cemento e asportarono tutto il legname sottostate. Nonno Francesco per anni lavorò con carri e cavalli a pulire il terreno dal pietrame rimasto, usandolo per rafforzare l’argine dell’Astichello.

26 maggio 1944 – Ricognizione aerea del 682° Squadron della R.A.F. sull’aeroporto di Vicenza: rilevato il grande dispersal a est del campo e le aree di decentramento dei velivoli collegate da una pista di oltre 20 km.
Vicino a strada Marosticana fu costruito a Cricoli un “para-scheggie” in muri di sasso, alti quattro metri, ove aerei da caccia mascherati da teli venivano parcheggiati e di cui ho un vago ricordo. Per consolidare il terreno umido di Cricoli che è il fondo dell’antico Lacus Pusterlae, venne steso fino all’Astichello uno strato di tronchi d’albero coperto poi in cemento. Finita la guerra i vicentini avevano un grande bisogno di legna da ardere, invasero pacificamente la pista per aerei e con mazze e picconi, ruppero la copertura in cemento e asportarono tutto il legname sottostate. Nonno Francesco per anni lavorò con carri e cavalli a pulire il terreno dal pietrame rimasto, usandolo per rafforzare l’argine dell’Astichello.
Dopo il primo bombardamento del 23 Dicembre 1943 sulla città di Vicenza la gente correva nei rifugi o nei campi, gli abitanti di San Bortolo fuggivano nei prati di Cricoli, ma, visto dai controlli aerei il fatto, i bombardamenti continuarono anche con le bombe a spillo anti uomo. Erano ordigni di 20 centimetri di diametro, lunghi 50, dotati di un lungo spillo che, toccando terra, faceva esplodere la bomba ad altezza d’uomo.
Nel bombardamento del 19 Novembre 1944 vennero uccise nei prati di Cricoli persone ricordate nella lapide posta nella Chiesa Cuore di Maria a San Bortolo e in quel bombardamento mori pure qualche vacca al pascolo di Francesco Rigo.
Negli ultimi giorni di guerra ero sfollato con i genitori nella casa dei nonni paterni a Cornedo, posta sotto la Chiesa di San Bastian, ove Giagiorgio Trissino voleva essere sepolto, ma ove è ricordato solo da un cenotafio.


Negli ultimi giorni di guerra ero sfollato con i genitori nella casa dei nonni paterni a Cornedo, posta sotto la Chiesa di San Bastian, ove Giagiorgio Trissino voleva essere sepolto, ma ove è ricordato solo da un cenotafio.
Davanti alla Chiesa i partigiani navevano installata una mitragliatrice nel piazzale che sovrasta la Valle dell’Agno; avevo allora sei anni e mi era stato proibito salire a San Bastian, ma io scappavo a parlare con i partigiani ed a guardare la mitragliatrice che per fortuna non ha mai sparato. Gli americani erano intanto giunti a Vicenza, accolti con sorrisi e fiori, malgrado i bombardamenti e, dopo i tedeschi, avevano occupato il parco e parte di villa Trissino a Cricoli. I nonni chiesero loro di venirmi a prendere a Cornedo ed io ho un vivo ricordo dell’arrivo di una jeep con stella bianca e del ritorno a Cricoli ove il parco era pieno di mezzi militari e di tanti soldati che mi davano cioccolata e noccioline americane.
La transumanza
La stalla di Francesco a Cricoli rimase attiva a Cricoli fino agli anni 70 del secolo scorso, le vacche andavano d’estate in transumanza a piedi in montagna. Bisognava allenarle alla lunga camminata, venivano fatte uscire, a spasseiare, così si diceva, con ciocche e bronzini sonanti sulla Strada Marosticana, giravano su Via D’Alviano, allora sterrata e senza case, proseguivano lungo l’aeroporto verso Caldogno, ritornavano, sulla Marosticana e rientravano dopo circa tre ore. La cosa veniva ripetuta per due o tre volte prima della partenza per l’alpeggio a malga Postesina a Vezzena sull’Altopiano di Asiago: un percorso di 80 kilometri. Due mesi prima un operaio era salito con carro e cavallo ad aprire la malga e soprattutto a piantare l’orto. Prima della partenza si caricava su un caretòn a due ruote caldaia in rame, bacini di affioramento panna, zangola per fare il burro, il triso per rompere la cagliata, viveri ed altri attrezzi, al mattino le vacche, munte prima dell’alba, partivano condotte a piedi dal Casaro e da tre uomini che accompagnavano il suono delle loro “ciocche” al canto:
“Din don Din Don Din don
Tre tete al casaro e una al paron”
La mammella della vacca ha quattro capezzoli
Seguiva la mandria il cavallo con il caretòn al quale erano legati i due cani: Adua e Vally la quale ritornò una volta da sola a Cricoli da Vezzena. Salita la strada allora sterrata del Costo, la mandria arrivava nel pomeriggio a Treschè Conca, le vacche venivano munte e passavano la notte in piazza. La mattina seguente, munte di nuovo, partivano per Vezzena ove giungevano a Malga Postesina nel primo pomeriggio.
Le malghe di Vezzena venivano “caricate”, così si diceva, quasi tutte da vicentini che le prendevano in affitto dal Comune di Levico: malga “Postesina” da Francesco Rigo, “I Sassi” da suo fratello Domenico con azienda agricola e stalla a Villa Chiericati a Vancimuglio, malga “Costo di sotto” da Tito Boschetti, loro parente da Bolzano vicentino, malga “Le Fratte” dai Pavin. Il formaggio Vezzena veniva marchiato a fuoco in malga; quello stravecchio era molto apprezzato e per questo veniva portato a Cricoli a stagionare.
Nei primi anni di guerra e poi fino al 1951 ho passato l’estate con famigliari nell’ unico albergo di Vezzena, ma in bicicletta, ero quasi sempre in “Malga Postesina” ove conducevo con i “vaccari” la vita di malga seguendo le bestie al pascolo e alla mungitura che avveniva all’aperto in un recinto, periodicamente spostato, detto “la mandra”. Rigatoni, nella coppa di legno della malga, con tanto burro fresco e formaggio Vezzena vecchio grattugiato sopra, è il cibo più buono dei miei ricordi!
Il termine veneto di vaccaro, allora largamente usato, suona oggi pesante, greve, quasi offensivo mente l’equivalente americano di cow boy evoca un’immagine di agilità, di destrezza, di ammirazione !
Fra l’albergo Vezzena e malga Postesina passavo in bicicletta davanti alla chiesetta ormai cadente, dedicata a Santa Zita che una foto d’epoca mostra assieme ad un Cimitero di guerra. Vennero realizzati nel 1917, dopo che la Strafexpedition austriaca aveva spostato il Fronte di guerra da Vezzena ad oltre Asiago, fu inaugurata dall’ Imperatrice Zita d’Asburgo, moglie dell’ultimo Imperatore, Carlo l°, beatificato nel 2004 da Papa Woytijla.

Prima della Guerra Vezzena era territorio dell’Imperial Regio Governo del Kaiser und König Francesco Giuseppe. Si è molto combattuto a corpo a corpo sull’Altopiano e a colpi di cannone fra il Forte Verena italiano ed i Forti Verle e Spitz austriaci.

Fresco di studi elementari sulla storia della grande Guerra e sulla liberazione di Trento e Trieste dall’oppressione austriaca, provai un giorno a parlarne a Vezzena con un trentino non più giovane: “eh no no” mi disse “ti non te capissi gnente, quelo de Cecco Bebbe sì che gera un governo serio. No quelo dei ‘taliani che xe vegnù dopo” ! Rimasi sgomento e incredulo, ma così cominciai a capire che le verità hanno spesso più aspetti da conoscere e da meditare: fu una scuola di vita molto utile.


Sorge a proposito altro ricordo ben più recente: ero a messa in Agosto a Grado nell’affascinante basilica del V° Secolo di Santa Eufemia (epoca nella quale le Chiese dell’Illiria e della Dalmazia aderivano allo Scisma dei tre Capitoli del Concilio di Antiochia del ‘451) era affollata per una qualche ricorrenza e al suono di musica a me sconosciuta. Alla fine chiesi informazioni a persona attenta e partecipe. Si ricorda, mi disse, il genetliaco di Francesco Giuseppe ed anche la beatificazione del successore Carlo l° “e se canta ea Serbidiola !”. Non sapevo cosa fosse questa Serbidiola.
Su musica di Haydn, è il Kaiserhymne prima del Regno Lombardo veneto, poi dell’Imperial Regio Governo, K und K, di Francesco Giuseppe, nella sua parte italiana di Trento e Trieste. Il testo tedesco è stringato e conciso: Gott erhalte, Gott beschütze unsern Kaiser, unser Land, ma in italiano venne diluito in: Serbi Dio l’Austriaco Regno, guardi il nostro Imperator: popolarmente conosciuto appunto come la Serbidiola!
La funicolare per trasporto legname a Vezzena
Il trasporto del legno dalle Alpi alla pianura è avvenuto fin dall’epoca romana, con la fluitazione nelle acque del Piave, del Brenta, dell’Adige.
Dalle Dolomiti i tronchi scendevano nel corso del Boite o del Cordevole verso il Piave, erano controllati dai Menadàs con lunghi anghièri per evitare ingorghi e convogliati alle segherie presenti nell’alto corso del Piave ove venivano squadrati e tagliati a misura; si formavano poi zattere che scendevano verso la pianura e verso Venezia, mantenute al centro della corrente dai Zatèr che ritornavano a fine turno a piedi al loro punto di partenza. Le zattere servivano anche al trasporto di cose e Persone.
La natura carsica delle Prealpi vicentine ha invece sempre assorbito tutte le acque piovane e non ha permesso la formazione di corsi d’acqua superficiali verso la Pianura.
I tronchi d’albero venivano quindi trascinati da cavalli al bordo degli altopiani e fatti scivolare a valle. La via più spettacolare è la Calà del Sasso: una canaletta selciata fiancheggiata da 4.444 gradini dai quali veniva controllato lo scivolo dei tronchi per 810 metri di dislivello da località Sasso sull’Altopiano di Asiago a Vastagna sulle rive del Fiume Brenta lungo il quale i tronchi fluitavano poi verso la Pianura.

Ma in epoca moderna: negli ultimi anni 40 del Secolo scorso venne costruita una funicolare su piloni in legno per il trasporto di tronchi attraverso l’Altopiano di Vezzena fino al bordo che strapiomba sul Lago di Levico. Per noi ragazzi la sfida era farci trasportare dalla funivia in barba a tutti i divieti.
Dove il fascio di due o tre tronchi, legati fra loro, passava vicino a terra avevamo costruito un rialzo dal quale si poteva facilmente salire sui tronchi e venir trasportati per un centinaio di metri, ove si poteva saltar giù senza pericolo. Per un po’ tutto andò liscio, ma un giorno la funicolare si arrestò mentre eravamo in un punto ove lo scendere era davvero troppo alto e pericoloso. Lunga attesa con ansia e allarmi, poi la funicolare ripartì e potemmo saltar giù al solito posto, più avanti.
Seguirono molti rimproveri e punizioni, rimase però il ricordo di una piccola impresa da ragazzi e il dubbio che l’arresto fosse voluto per creare spavento e farci smettere.
Le Quaglie – el Quaiarolo
Il richiamo delle quaglie in amore “tacc quì qui” risuonava di balza in balza, forte e chiaro nella piana di Vezzena d’estate e di sera entrava allora in azione el Quaiarolo: era questo il soprannome di uno dei vaccari della Malga ed anche il nome dello strumento da lui usato. Con la falce aveva rasa l’erba di un luogo pianeggiante e solitario. Sedeva a gambe incrociate sull’erba alta di un lato tenendo in mano una rete circolare dal diametro di un metro, fissata su un manico di legno. lo stavo dietro a lui in assoluto silenzio.
All’ imbrunire iniziava a richiamare le quaglie con il fischietto quaiarolo: “tacc quì qui” – “tacc quì quì“. Giungeva la risposta “tacc quì quì” di una quaglia a destra, di un’altra, più lontana, a sinistra; avanzavano lentamente nell’erba alta e si avvicinavano al richiamo continuo finché una quaglia appariva nello spiazzo d’erba tagliata zampettando a piccoli balzi verso el Quaiarolo ma questi abbassava di scatto la sua rete circolare e la povera quaglia finiva in tecia il giorno dopo: una prelibatezza!
Naturalmente la cosa era vietata: è però un bel ricordo dell’Uomo Primordiale:
cacciatore!
Vicenza, 20 Novembre 2024
Vittorio Trettenero